Il triangolo d'oro del riso italiano

05/09/2022
Vercelli, Novara e Pavia rappresentano più dell'80% della risicoltura nazionale. Soprattutto il Piemonte, con oltre il 50%, è la regione capofila per questa coltura strategica nel panorama agricolo nazionale, anche in un anno difficile come il 2022
Fra le eredità commerciali giunte fino ai giorni nostri ricade il riso, coltivato in Estremo oriente da oltre 10mila anni e diffusosi in Mesopotamia già nel IV secolo aC. In seguito venne portato nel bacino del Mediterraneo dai mercanti arabi, ellenici e macedoni, diffondendosi poi in gran parte dell’Europa quanto a consumi. Circa le coltivazioni, queste sono rimaste invece concentrate nel sud del continente, con l’Italia che da sempre gioca un ruolo primario.

Dopo il suo arrivo in Europa, a lungo si è coltivata la tipologia cosiddetta “lunga”, ovvero l’indica, aggiungendosi poi in tempi più recenti la tipologia dei “tondi”, nota anche come japonica. Un po’ meno noti i dettagli storici di questo secondo innesto colturale, nato forse dalla necessità di compensare le produzioni italiane andate perdute per le gravi epidemie di brusone occorse intorno alla metà del 1800. Oggi, indipendentemente dal mix di storia e leggenda legato all’espansione del riso, questa coltura rappresenta in Italia una delle eccellenze tricolori in termini produttivi, trovandosi nei campi varietà di entrambe le tipologie.

Le tre province del riso
Il Belpaese è il primo produttore europeo di riso, contandosi oltre 227mila ettari coltivati per una raccolta di 14.647.000 quintali (Istat 2021). La Regione che guida le superfici e le produzioni è il Piemonte, con oltre 116mila ettari per 7.613.392 quintali raccolti. Esprimendo questi dati in percentuale si ottengono valori del 51,1% per quanto riguarda le superfici e del 52% relativamente alle produzioni.

Tre sono però le province italiane che da sole rappresentano 186mila ettari coltivati, pari all’82% delle superfici nazionali per una produzione di 12.176.145 quintali, ovvero l’83% del riso italiano. Due di queste province sono appunto piemontesi, cioè Vercelli (70.716 ettari per 4.503.816 quintali) e Novara (33.429 ettari per 2.336.306 quintali). Unica provincia delle tre a non essere piemontese è Pavia, regina della risicoltura italiana con 81.592 ettari per 5.336.023 quintali. Tutte e tre le aree risicole principali hanno però in comune una significativa sovrapposizione con i terreni cosiddetti “idromorfi”, cioè quelli caratterizzati dalla tendenza a creare prolungati ristagni di acqua, tanto da provocare anche carenze di ossigeno. Tale caratteristica ha fatto sì che la produzione di riso trovasse la sua collocazione elettiva proprio in tale triangolo geografico dell’acqua.

Un settore da sostenere
A metà luglio 2022 il 94% degli stock prodotti nel 2021 era ormai stato collocato, restando solo 73mila tonnellate nei magazzini in attesa che giungano i raccolti della stagione 2022. Una stagione al cardiopalma, sia per i problemi energetici che hanno fatto lievitare i prezzi dei mezzi di produzione, soprattutto dei fertilizzanti, sia per la grave siccità che ha colpito l’Italia per quasi tre stagioni di fila. Non a caso, si stima un calo di produzioni nazionali intorno al -30% rispetto alle attese, con le varietà reputate più a rischio indicate in Carnaroli, Arborio e Roma. Resta inoltre l’incognita sui prezzi delle differenti varietà attualmente in fase di maturazione nei campi, nella speranza che questi possano compensare le perdite quantitative dovute soprattutto alle carenze idriche. In tal senso i mercati mondiali a luglio davano segnali altalenanti, con una crescita dei prezzi registratasi in Uruguay, Thailandia e India, mentre si i valori sono mostrati in calo in Pakistan e Brasile.