Sicilia: cuore del Mediterraneo

03/11/2021
La Trinacria raccoglie in sé molteplici colture tradizionali e tipiche della cultura agricola italiana. Fra queste, agrumi e carciofi sono stati scelti come campioni rappresentativi dell'isola
Con 84mila ettari di superficie per 18mila tonnellate di produzione, le arance sono i frutti simbolo dell’Italia che si affaccia sul Mediterraneo. A queste superfici si uniscono 8.500 ettari di mandarini, oltre 25mila di clementine e quasi 25mila di limoni.

Ciò per citare solo le principali colture agrumicole nazionali. Di queste, quasi 56mila ettari di aranceti sono in Sicilia, pari a due terzi del totale, producendo quasi 11mila tonnellate. A queste superfici si affiancano i 4.700 ettari di mandarini, i 2.200 di clementine e gli oltre 23mila ettari di limoni. Di questi ultimi, solo a Messina ve ne sono 8.500, i quali affiancano i tremila ettari di aranci e i mille di mandarini. Agrigento ed Enna risultano forti soprattutto per gli aranci, con rispettivamente 5.700 e 2.900 ettari. Ma la provincia Regina per gli agrumi resta Catania, con ben 25.500 ettari di aranceti, cioè quasi la metà di tutta l’Isola, cui si aggiungono i 4.700 ettari di limoni, i 1.200 ettari di mandarini e i mille di clementine. L’agrumicoltura è quindi vera locomotiva agricola della Regione, stando alla base di buona parte delle filiere agroalimentari che affondano le radici in Sicilia.

Ma non solo con gli agrumi la Sicilia si è fatta apprezzare sulle tavole del mondo, grazie a una buona riserva di varietà locali e tipiche di carciofi che da sempre rappresentano la base di una molteplicità di ricette tradizionali. Fra i molti, spiccano per esempio il carciofo violetto ramacchese, il carciofo spinoso di Menfi, il carciofo spinoso palermitano e quello spinoso di Cerda. Questi fanno parte a loro volta di una superficie complessiva coltivata pari a oltre 14mila ettari, rappresentando il 38,5% dei 36.700 ettari italiani. Le prime provincie in tal senso sono Caltanissetta (5.000 ha), Agrigento (4.400 ha), Catania (2.000 ha) e Palermo (1.230 ha).
Della famiglia delle composte il carciofo (Cynara scolymus) viene apprezzato per lo meno dall'epoca degli antichi Romani. Non a caso, lo stesso nome deriverebbe dall’abitudine di coltivare l’ortaggio su terreni concimati con la cenere, per lo meno stando alla leggenda narrata da Lucio Giunio Moderato Columella (4 dC – 70 dC), scrittore romano noto per i suoi scritti sul tema dell’agricoltura. Più probabilmente deriva dal nome in greco antico comunemente attribuito a diverse piante corredate di spine. Il nome comune “carciofo” deriverebbe invece dall'arabo "harsciof", da cui discenderebbe anche il termine spagnolo "alcachofa".

(Dati Istat 2020)