Un pilastro chiamato mais

27/01/2022
Coltura strategica per molte filiere zootecniche, il mais rappresenta un riferimento colturale imprescindibile nelle regioni a cavallo del Po, come la Lombardia
Una regione ricca di fiumi, la Lombardia. Non solo perché tratteggiata dal Po lungo il proprio confine meridionale, ma anche per gli innumerevoli affluenti di peso che attraversano l’intera regione, come per esempio il Ticino, l’Adda, il Serio e l’Oglio, solo per citarne alcuni. E acqua vuol dire irrigazione, una pratica senza la quale alcune specie di interesse agrario sono coltivabili solo affrontando grandi difficoltà e rischi di insuccesso causa siccità.

Fra queste il mais è la coltura che più produce, ma che per contro più richiede. Rigoglioso e produttivo, necessita infatti un’ottima disponibilità di nutrienti e, soprattutto, di acqua. In tal senso non stupisce quindi che proprio la Lombardia sia fortemente vocata alla sua coltivazione, supportando di preziosi foraggi le numerose attività zootecniche della regione. Zootecnia che a sua volta restituisce al suolo preziosa sostanza organica, sotto forma di letame e liquami, ma anche digestati post-produzione di biogas. Motivo per il quale le aree a forte vocazione maidicolo-zootecnica non presentano mai carenze quanto a sostanza organica. Un plus che mitiga parzialmente i recenti incrementi di costi dovuti al rialzo dei prezzi dei fertilizzanti.

Le tre province d’oro
In Italia le superfici coltivate a mais nel 2021, secondo Istat, sarebbero state a ridosso dei 589mila ettari di cui più di 134mila sarebbero stati seminati in Lombardia, pari al 22,7% del totale nazionale. Brescia è Leonessa anche per il mais, coltivandone 30.680 (22,9%), seguita da Mantova con 26.370 (19,7%) e da Cremona con 22.430 (16,7%). Le prime tre province lombarde per superfici a mais rappresentano quindi circa il 60% del totale regionale. Con ettarati di poco superiori a 13mila ettari seguono poi Pavia, Milano e Lodi. Più distaccata Bergamo con 8.780. Varese, Como e Sondrio apportano infine gli ultimi 14mila ettari regionali.

Circa gli indirizzi produttivi, stando ai dati diffusi dalla Regione Lombardia, si assisterebbe inoltre a un progressivo spostamento verso le produzioni da foraggio a scapito di quelle da granella. Se quest’ultima nel 2000 copriva infatti circa 270mila ettari contro i 110mila delle superfici a trinciato, oggi quest’ultimo è salito negli intorni dei 200mila ettari contro i 135mila circa del mais da granella. La forte impronta zootecnica della Regione ha fatto cioè sì che la riduzione assoluta di ettari cui è andata incontro la coltura negli anni abbia però salvaguardato gli ettari dedicati al sostentamento delle filiere bovine e suine.

Molto del latte e delle carni alla base di pregiati formaggi e salumi, infatti, provengono proprio dalle province lombarde a più intensa zootecnia. Un’attività che, appunto, trova nel mais il proprio pilastro principale.