La parte dolce dell'Europa

28/10/2015
Si è tenuto presso la sede di Pero di Sipcam Italia un convegno europeo incentrato su Cercospora bieticola
La parte dolce dell'EuropaEmergency, ovvero la parola più pronunciata in assoluto. No, non c’entra Gino Strada e la sua Ong con finalità umanitarie. Per “emergency”, in italiano emergenza, s’intende infatti il tipo di autorizzazione di cui beneficiano molti dei prodotti utilizzati per controllare la Cercospora della bietola, la quale si sta avvantaggiando delle molteplici defezioni che lo specifico fronte fitoiatrico ha subito negli ultimi anni.
Per cercare un linguaggio tecnico comune, tutte le bietole europee si sono quindi riunite in una sola sala conference, ovviamente non nel senso delle radici o del grado saccarometrico, bensì delle competenze tecnico-scientifiche su questa coltura.

Il convegno, dal titolo “Cercospora Leaf Spot in sugar beet: spread, crop protection strategies and resistances to fungicides in Europe”, si è tenuto presso la Expo meeting room di Sipcam-Oxon, presso la sede di Pero, in Provincia di Milano.
 
Moderato da Nicola Minerva di Beta, il convegno è stato sede di scambio di informazioni fra i tecnici di diverse nazioni, evidenziando differenze e uguaglianze di situazione.
 
Marco Marani di Coprob ha descritto gli scenari agricoli nazionali, i quali vedono le superfici facenti capo al Gruppo superare i 30 mila ettari, a fronte dei circa 50 mila complessivi italiani.
La stragrande maggioranza degli ettari è situata al Nord, con Bologna, Ferrara, Rovigo e Padova che messe insieme rappresentano quasi la metà della bieticoltura nazionale. Pochi gli ettari, quindi, ma ottima la resa economica, con la media produttiva degli ultimi cinque anni che ha visto il mais produrre 9 tonnellate/ha e offrire una Plv di circa 1.710 euro. Poi il grano tenero (7 tonnellate) e 1.477 euro. Il grano duro ha prodotto 5,5 tonnellate e 1.364 euro, mentre la soia ha fatto raccogliere 3,5 tonnellate e 1.350 euro. Orbene, la Plv della bietola è stata costantemente sopra i 2.000 euro.
Interessante infine la possibile integrazione con il settore delle bioenergie, mandando le polpe alla digestione come biomasse. Pure le bioplastiche possono essere uno sbocco alternativo allo zucchero, soprattutto in un Paese che ha ormai chiuso molti dei propri zuccherifici.
 
Marina Collina, ricercatrice dell'Università di Bologna, ha invece approfondito i temi legati alla biologia della Cercorpora, come pure dei modi d’azione dei fungicidi.
La sensibilità è infatti calata molto, soprattutto per la famiglia delle strobilurine, circa la quale vengono segnalati numerosi casi di resistenze. Anche i triazoli funzionano sempre meno, anche se ancora mostrano una parziale efficacia.
 
Per la Francia è intervenuto Vincent Laudinat, direttore di Itb - Sugar beet technical institute.
Secondo Laudinat solo il 5% della superficie bieticola francese si può considerare ad alto rischio per la patologia. Viene comunque seguito il medesimo approccio tecnico adottato in molti altri Paesi: solo quando le foglie mostrano il 5% di macchie viene dato il via ai trattamenti. Le varietà tolleranti richiedono ovviamente meno interventi e questi possono iniziare leggermente più tardi rispetto a quanto accade sulle varietà sensibili. La ricerca continua di varietà sempre più resistenti è la chiave per continuare a contenere il patogeno e ad aiutare i fungicidi a fare il loro lavoro.

Dalla Germania, Mark Varrelmann, professore dell'Ifz - Institute of sugar beet dell'Università di of Göttingen.
Fitta appare la rete di monitoraggio tecnico, non facente però capo all’università, come pure ampio il ricorso ad avanzati modelli previsionali a supporto delle attività della rete tecnica, la quale opera capillarmente sul territorio. In Germania, secondo Varrelmann, non vi sarebbero attualmente difficoltà nel contenimento della patologia con gli agrofarmaci a disposizione.
Quanto a resistenze, si segnalano appunto alle strobilurine anche in zone a bassa pressione della malattia, come pure un generale e lento calo dei triazoli. Fondamentale l’ottimizzazione delle tecnologie: prevedere, monitorare, trattare tempestivamente e bene, facendo uso di macchinari adeguatamente tarati e funzionanti.

Per l’Olanda avrebbe dovuto parlare Bram Hanse, agronomo dell'Irs - Institute of sugar beet. Purtroppo assente per un inconveniente dell’ultimo minuto, ha delegato Nicola Minerva, il quale ha riportato come in Olanda la Cercospora interessi ormai il 40% della superficie, insieme a Stemphilium, il quale pare sia paragonabile alla Cercospora quanto alla tendenza a sviluppare resistenza ai fungicidi. Come in altri Paesi si monitorano i campi e solo alle soglie si applicano i prodotti.
La comparsa del patogeno in Olanda spazia dal 20 giugno, come avvenuto nel 2006, al 28 luglio, data toccata nel 2010. Uno scenario tutto sommato simile a quello italiano.

Anche in Serbia la bieticoltura appare concentrata tutta in una precisa zona del Paese, il Nord.
Lo testimonia Dragana Budakov, assistant professor for plant athology dell'Università di Novi Sad. La Serbia ha ora più o meno le medesime superfici italiane e il 97% è appunto coltivato nell’area settentrionale, ove le rese viaggiano sulle 50 tonnellate/ha.
L’assistenza tecnica è mista: statale (università), privata (studi consulenza), privata (compagnie di agrofarmaci). Anche in Serbia la soglia d’intervento è il solito 5%. La prima applicazione cade usualmente agli inizi di luglio. Leve antiresistenza sono state individuate nelle rotazioni strette, anche di sostanze attive, e nelle varietà tolleranti. Clorothalonil è l’unico fungicida multisito disponibile in Serbia e unito in miscela ad altri prodotti innalza significativamente l’efficacia dei trattamenti. La resistenza per ora è su carbendazim e flutriafol, con strobilurine in sofferenza.

Non poteva certo mancare la penisola iberica, con Julian Ayala a parlare in nome della Spagna. Ayala è sottodirettore di Aimcra - Research association for sugar beet improving. La sua è cioè un’organizzazione interprofessionale paragonabile a Beta in Italia.
Strategico appare quello che Ayala ha definito il “catenaccio”, rifacendosi alla tecnica tutta italiana di difesa calcistica. Se non si vuole avere infezioni si deve sempre agire in modo proattivo e difendersi in modo stretto. Oltre alla rotazione di colture e fungicidi, Ayala suggerisce inoltre anche l’adozione di varietà resistenti, ma anche arature profonde per interrare profondamente i materiali vegetali infetti dell’anno precedente.

Risalendo a Nord, giunge il turno dell’Austria, a parlare in nome della quale ci ha pensato Friedrich Kempl, farm ommodity employeec di Agrana - Austrian sugar and starch industry.
In Austria la resistenza alle strobilurine è stata fulminante e in soli tre anni è divenuta pressoché completa. Anche alcuni triazoli mostrano ormai la tela, e anche miscele delle due famiglie chimiche in certi campi non mostrano risultati diversi dai non trattati.
Importante per Kempl anche la pulizia degli impianti d’irrigazione dalle foglie dell’anno precedente, perché queste possono fungere da ulteriore inoculo e infettare altri campi l’anno successivo. Altri consigli utili: evitare varietà suscettibili e tenere aree di rispetto intorno ai campi coltivati l’anno precedente.  

Chiude ancora l’Italia, con Franco Cioni, research centre manager di Beta agricultural research society.
Cioni ricorda come solo il 14% delle varietà siano resistenti a livelli sufficienti, quindi la scelta varietale non si può certo dire infinita. Non si può cioè limitare a così poche opzioni la scelta agronomica degli agricoltori. Interessante l’applicazione di Beta concepita per gli smartphone, sui quali è possibile controllare i livelli di avanzamento dell’allarme.

Dall'incontro si esce con una consapevolezza: per l'Italia forse la bieticoltura rimane interessante solo per alcune specifiche zone, ove però deve essere ancora considerata come la coltura  bassa di maggior redditività nei piani rotazionali.
La lotta alla Cercospora è divenuta nel tempo sempre più difficile, a causa della rarefazione dei modi d'azione efficaci, fatto che ha obbligato a reiterate registrazioni cosiddette "per usi di emergenza".
E a questo punto sorge un dubbio: non è che forse questi prodotti non dovessero essere cancellati? Perché se è vero che una camicia che non si indossa per più di tre anni vuol dire che non ci serve più, è anche vero che se una sostanza attiva la devi registrare d'emergenza per più di tre anni vuol dire che forse non la si doveva proprio fare decadere...